arte cultura arte

art media music


newsletter
cresocampus
artisti

ARTISTI CONTRO LA GUERRA

Per millenni gli artisti di tutte le civiltà hanno rappresentato eroi, soldati, guerrieri e condottieri che affermavano il valore della guerra, e quindi dell’odio, della legittimità dell’uso della violenza, se non implicitamente quello della tortura. L’eroe o il soldato semplice, così spesso celebrati anche nell’era moderna nei monumenti del Milite Ignoto, rappresentano il valor di patria, l’amore per lo stato, per la famiglia e persino, basti guardare alle guerre di religione e alle crociate, l’amore per Dio.Mai, nelle opere d’arte, la cristiana “pietas” per le vittime o gli uccisi, per i torturati o gli orfani, eventualmente il pagano pathos nella malinconia del soldato ferito e stanco dopo la battaglia. La patria e Dio richiedono il sacrificio e la morte. Bisogna arrivare all’Illuminismo per trovare l’uomo e la sua scelta individuale di uso del libero arbitrio, della intelligenza laica: Il secolo dei lumi, invoca la possibilità dell’uso della ragione piuttosto che quello della fede che oscura e cancella ogni possibilità di analisi critica, si inizia dalla infanzia e Jean Jacque Rousseau in “Emile” intende fornire i mezzi per costruire la libertà consapevole dell’individuo. Unico tra gli artisti, Goya favorevole ai nuovi concetti illuminati dei francesi guarda però con disperazione al prezzo che paga il popolo spagnolo durante l’invasione napoleonica e con “IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI” e “FUCILAZIONE DEL 3 MAGGIO” del 1808 e “I DISASTRI DELLA GUERRA” del 1810 affronta il problema dell’oscurità della ragione che non vede e non vuole vedere quanti e quali siano i danni della guerra e della violenza. In Goya non solo l’uomo, ma la città dorme ignara di quanto stia succedendo, protetta nelle sue case e nelle sue certezze fuori da ogni responsabilità. Con fatica la lezione di Goya viene seguita nell’800 quando con la Restaurazione hanno la meglio i vecchi ideali di patria e di sovranità: ritornano gli eroi e i generali, l’amor di patria e la famiglia, ma il seme è stato gettato e Honoré Daumier, anche sa e a prezzo di più di una condanna, denuncia e ridicolizza la società, si sofferma anche lui sulla passività delle folle e in “NOUS VOULONS BARABBA” del 1950 non parla di guerra ma, implicitamente si interroga e ci interroga sulla possibilità della folla di arrivare a qualsiasi degenerazione .Senza l’Illuminismo sarebbe difficile arrivare a Nietzsche e a Freud. E’ con il filosofo tedesco e il concetto della “morte di dio” , che nasce la responsabilità individuale dell’uomo per la sue scelte e il proprio destino. Nessuno ci salverà o ci punirà, non saremo premiati nè condannati per il nostro fare, la coscienza di se’ fa cadere il velo che ha coperto gli occhi degli uomini per millenni. Il costo della responsabilità regala il premio della libertà e della creatività . Zarathustra afferma: “Se esistesse un creatore, cosa mi resterebbe? Io non potrei creare più nulla. Ma io sono il creatore, dunque gli dei non esistono.”Non si può più delegare ne fingere di non capire, nè dio, nè la patria nè la famiglia possono scegliere per noi, è arrivato il momento della coscienza e della maturità dell’umanità. Il concetto di tempo è divenuto circolare: con Nietzsche, per non parlare di Bergson, ci rendiamo conto che deve morire quella forma di dio che è il passato concepito come una dimensione rispetto alla quale la volontà non può nulla; il divenire diventa anche possesso del passato individuale e collettivo. Negli stessi anni Sigmund Freud con la scoperta della psicoanalisi, pone un altro tassello alla costruzione di un uomo nuovo, libero, consapevole, responsabile rispetto a se stesso e alla società.Non è certo questo nuovo concetto di sé che annullerà la violenza o le guerre. Tutt’altro: forse il 900 è stato il secolo più violento della storia dell’umanità, il secolo di due guerre mondiali, del nazismo e del fascismo, dell’orrore di Stalin e di Hiroshima e Nagasaki, delle guerre in Corea, in Vietnam, delle guerre del Golfo delle stragi in ex Jugoslavia, delle guerre dimenticate dell’Africa , della tragedia del napalm e dell’uranio. L’unico spiraglio di speranza, a mio vedere, veramente l’unico, è la capacità degli uomini di questo secolo di opporsi in maniera massiccia alla violenza e alla guerra, la costituzione di organismi internazionali come l’ONU, l’impegno individuale dei milioni dei pacifisti, il contributo, e qui veniamo al punto del discorso, degli artisti che all’inizio del 900, liberi da commissioni, da fedi ed ideologie, tra i primi si sono opposti ed hanno lavorato contro la guerra.Sulla scia di Daumier, è il pittore belga James Ensor che nel 1891 dipinge “DUE SCHELETRI CHE SI CONTENDONO UN’ARINGA AFFUMICATA”: non ci sono ancora la tragedia e il dolore della guerra , ma la ferocia dei due scheletri con uniformi militari che litigano per un misero pesce affumicato, il mangiare dei poveri nel nord Europa, ci danno tutta la misura della ferocia, della rabbia, della sopraffazione e dell’odio causati dal terrore di non sopravvivere. Passano gli anni della rabbia e della voglia di cambiare degli espressionisti tedeschi all’inizio del 900 ma non si trova ancora la forza di affrontare direttamente il problema delle guerre. E’ solo nel 1915 che l’artista austriaco Oscar Kokoschka dipinge “ IL CAVALIERE ERRANTE”. La prima guerra mondiale è già iniziata, il furore bellico dei futuristi italiani sta mostrando la sua faccia più drammatica e fra i moltissimi artisti tedeschi che denunciano la guerra l’opera di Kokoschka segna il punto più alto. Il cavaliere, erede dei predecessori dei secoli precedenti coperti di gloria ed onori, è steso come un povero burattino di latta in un campo di distruzione immerso in una luce livida, le braccia alzate a significare impotenza ed incredulità, nessun segno di speranza se non la certezza di un futuro insensato di morte. Nessun elemento naturale, soltanto rottami di un mondo in sfacelo e in decomposizione. Nel frattempo nel1918, nasce la grande associazione “Novembergruppe” degli artisti tedeschi che si pone all’interno della società con l’intenzione di utilizzare il lavoro artistico come strumento di lotta sociale e contro la guerra; nel 1929 a Berlino viene fondata l’Associazione degli Artisti Rivoluzionari Tedeschi, ASSO, sempre con gli stessi ideali e nel 1933 naturalmente vengono vietate da Hitler le associazione di artisti che non accettano l’ideologia del regime. Tutti continuano a lavorare nella illegalità. Di questi, Otto Dix è spietato e feroce nella descrizione violenta degli orrori della guerra ; la descrizione brutale dei particolari diventa una denuncia spietata. Non a caso, perseguitato come artista degenerato vedrà distrutti 250 suoi quadri prima di rifugiarsi a Costanza. Nel suo quadro “GUERRA” del 1929, il senso di impotenza e di tristezza supera la sua proverbiale ferocia. I soldati, di spalle, non hanno identità, camminano verso un futuro nebbioso popolato di ombre e apparizioni che escono come dannati dalle viscere della terra ridotta a palude o da un cielo di fuoco incendiato dalle bombe e gli spari. Non c’è speranza e mi sembra di leggerci una tristezza infinita nel riflettere sui destini assegnati da altri ad uomini senza difese ne’ speranze. Jhon Heartfield, pseudonimo di Helmut Herzfelde, nel 1936, in “IL BENESSERE CHE CI PORTANO” si scaglia contro il nazismo, le parate militari, le celebrazioni delle forze armate e il senso di ogni militarismo o guerra: gli aerei che salgono in parata nascono da uno scheletro che protende verso il cielo dita-artigli di morte e di orrore mentre in terra c’è la visione profetica della distruzione della Germania dopo la seconda guerra mondiale: macerie e morte , un silenzio apocalittico dopo la catastrofe che abbiamo rivisto, perché l’arte influenza sempre lo spettacolo, nel film “Il Pianista” di Polanski. Hearfield sarà costretto a rifugiarsi prima a Praga e poi a Londra. E’ del 1937 “GUERNICA” di Picasso, il monumento di tutti i quadri contro la guerra. Dopo la notizia che i bombardieri tedeschi al servizio di Franco, hanno distrutto la città di Guernica, Picasso decide di far conoscere al mondo la ferocia e l’orrore della dittatura spagnola e dipinge Guernica, in poche settimane, per l’Eposizione Internazionale di Parigi del ’37. Azzera il colore quasi a dare l’impressione di una notizia giornalistica, essenzializza linee e forme, ma la disperazione, la paura e il dolore investono uomini, animali e cose. La luce spettrale della lampadina riporta a carceri o luoghi di tortura, l ’urlo dell’uomo sulla destra chiuso in una stanza –cella dalla piccola finestra in alto, prigioniero della violenza e dell’orrore, richiama il nitrito del cavallo terrorizzato, due esseri viventi oggetto di paura incontrollata ed entrambi vittime ignare e impotenti della ferocia. L’orrore accomuna i vivi e i morti, i feriti e gli agonizzanti, sorpresi nella loro vita di tutti i giorni da un odio impossibili da spiegare. Come non pensare alle bombe intelligenti sui mercati di Baghdad? Il problema della guerra investe ormai tutti gli artisti: tra i Surrealisti ho scelto un quadro di Salvador Dalì del 1940 “ IL VOLTO DELLA GUERRA”. Un enorme teschio, posto in un terreno arso e immobile, ospita all’interno delle cavità delle orbite e della bocca altri teschi che ne ospitano altri e così via all’infinto. La guerra non può che generare la guerra, non ci sono speranze o facili ottimismi: gli occhi e la bocca, organi della presa di coscienza e della comunicazione sono diventati involucri vuoti che contengono morte senza soluzioni di salvezza o riscatto, morte più morte all’infinito. Ed anche in David Al faro Siqueiros, che nel lontanissimo Messico, con Josè Clemente Orozco e Diego Ribeira sta lottando contro le guerre e per la democrazia, il campo di guerra in “L’ECO DEL PIANTO” del 1937, è un terreno di distruzione e di macerie ma al posto del teschio di Salvador Dalì c’è il volto di un bambino che piange e che vomita un altro volto di bambino uguale a se stesso che piange e così via, all’infinto, sino a quando, veramente, non si deciderà di pensare alla guerra, comunque e dovunque come l’orrore e la vergogna della umanità. Se è vero che l’arte anticipa di venti anni la politica, la prova ne è la tragedia della seconda guerra mondiale. Ernst Junger nel 1945 scrive: “ Si puo’ ben dire che questa guerra sia stata la prima opera collettiva della umanità. La pace che la conclude dovrà essere la seconda”. Dopo la bomba atomica e le armi di distruzioni di massa, la morte di dio, comunque la si voglia leggere, diventa innegabile come diventa innegabile la responsabilità dell’uomo nel voler impedire a tutti i costi, la morte dell’umanità.Nel dopoguerra, traumatizzato e scioccato dalla tragedia e dall’orrore che si viene a scoprire, dopo un primo momento di immobilità ed drammatica incredulità si fa strada una denuncia serissima ma lieve nei modi peculiari degli anni 60 e 70. Joseph Beuys, peraltro ferito in guerra e curato da sciamani asiatici, propone performance di pace come quella del COYOTE negli Stati Uniti e dichiara: “LA RIVOLUZIONE SIAMO NOI” Ciascuno deve assumere le proprie responsabilità di fronte alla pace e alle guerre, non si può più delegare, la nostra vita deve diventate la dimostrazione di un nuovo modo di essere e di sentire. “siamo tutti artisti e tutti re” dirà Beuys a Napoli: non nomina dio ma la lezione di Nietcszhe è presente.E nel 1969, sulla scia dei movimenti pacifisti di tutto il mondo contro la guerra del Viet Nam, Yoko Ono, artista Fluxus, con il neo marito John Lennon danno vita a diverse performances contro la guerra come BED IN FOR PEACE quando passano giornate intere a letto in segno di protesta o nella campagna mondiale per la pace sempre del 1969 contro la guerra WAR IS OVER (if you want) .Per semplificare un po’, quando il pacifismo e le illusioni di pace degli anni 60 sembrano rivelarsi inutili e gettate nel cestino delle utopie, la lotta degli artisti si fa dura. Tra gli artisti italiani ho scelto un mio quadro “ BASSORA, MORTE DI UNA BAMBINA” del 1991. Realizzato durante la prima guerra del Golfo, quando Saddam Hussein si poteva ancora fermare prima di arrivare a questa tragedia in Iran. Ho rappresentato un feto rosa, perché una bambina ha, come un feto, potenzialmente tutte le possibilità di espressione di vita “in nuce”, immersa in un campo verde, come se dormisse o guardasse il cielo, ma distrutta da una grande macchia rossa di sangue che la sta avvolgendo.Un esempio clamoroso è il lavoro di Louise Bourgeois, artista americana del 1902 che ha passato l’infanzia negli ospedali militari europei dove veniva curato il padre ferito durante la prima guerra mondiale. La Bourgeois, crea torsi umani, decapitati o privi di arti, moncherini tenuti insieme da stoffe che richiamano garze e fasce: in “UNTITLED ” del 1998 rivela l’oscenità della mutilazione di guerra che toglie agli uomini non solo gli arti ma la dignità di persone, la ferocia che si consuma in un povero corpo umano che perde anima e pensieri per diventare il triste trofeo di chi crede ancora negli eroi. Sacchi vuoti, informi, povere cose di quello che prima era un uomo.E per finire, dovendo omettere purtroppo la citazione di moltissimi altri artisti, un’ opera degli inglesi Jake e Dinos Chapman, che da sempre hanno fatto del corpo, l’oggetto della loro indagine e che nel 1999, oltre ad opere che riprendono i disegni neri di Goya, l’artista da cui siamo partiti, hanno creato una serie straordinaria e terribile di opere contro la guerra “HELL”. L’orrore dei corpi ammucchiati come cose, la perdita di identità insita nelle guerre ma anche nei media che fagocitano ogni immagine per gettarla addosso a noi, poveri voiyeristi inconsapevoli e docili, ormai abituati a tutto, che non osserviamo ma vediamo i fatti nella logica dei videogames che regaliamo ai nostri figli, la confezione patinata ammiccante delle tragedie più immani che ci colpiscono per pochi istanti per essere poi dimenticate, in HELL ci vengono sbattuti in faccia con la giusta ferocia, con il dovuto senso della storia nelle divise naziste che i Chapman attribuiscono a qualsivoglia guerra, senza alibi, senza pietà, senza decoro, senza dignità, senza sconti, senza amore, come in tutte le guerre.
 
alabiancaterradelducajazzmuseoartemodenaprovinciaxamanap
 
by creso