Ci sono molti modi di leggere l’opera di Singer e questo romanzo in particolare.
Ci si può accostare all’universo medievale del testo, di quel particolare medioevo all’estremità orientale dell’Europa dove fiorì la più originale variante della diaspora ebraica, con la curiosità dell’etnologo.
Allora ci si immerge in un’epoca in cui gli spiriti maligni possiedono case e persone e – quindi - in un mondo dov’è assolutamente normale che le donne gravide pongano un lungo coltello sotto il guanciale, per impedire che il demonio si avvicini approfittando del sonno. O – indossando enormi grembiuli dalle tasche profonde – si sputino invece sul palmo delle mani per tenere a bada il malocchio. Un mondo dov’è normale che nei recessi segreti delle case si nasconda un golem (un uomo d’argilla) e si conservi ben nascosta la ciocca magica di un elfo. O dove accade abitualmente che si debba versar fuori delle stesse case l’acqua della cisterna, affinché nessuno spirito maligno possa in essa rispecchiarsi. Un mondo in cui si divina il futuro consultando gocce d’olio, in cui i maghi rimpiccioliscono le teste e gli spettri volano senza posa cercando corpi in cui entrare.
Gli spiriti maligni sono un’ossessione ricorrente nella cultura yiddish. Per cautela appendetevi al collo un sacchetto di lino con un dente di lupo: perché se non fermate in tempo il “dybbuk” (lo spirito spettrale), poi per scacciarlo dal corpo posseduto occorrerà prestarsi a riti che pretendono incantesimi verbali ma anche il lavaggio di tutto il corpo con l’urina. Riti sempre fortemente imperniati – appunto - sul corpo e praticati non solo come esorcismi, ma anche a scopo terapeutico: nel caso dell’epilessia occorre tagliarsi le unghie delle mani e dei piedi, inserirle entro un pezzo di pasta per il pane per poi gettarlo a un cane affinché se ne cibi. Riti il cui epicentro ovviamente è quello eterno dell’amore e del desiderio.
A proposito di desiderio: forse amica internauta, chi sa come approdata a questa pagina, pensi – seguendo i pessimi consigli di riviste femminili - che pizzi e merletti possano giovarti per sentirlo vivo negli occhi del tuo uomo. Voglio esser generoso con te e confidarti invece il modo davvero efficace per risvegliare la sua spenta bramosia, legarlo alla tua persona e renderlo insensibile alle lusinghe delle altre: fagli bere l’acqua con la quale ti lavi i seni. Non troverai rimedio migliore e catena invisibile più efficace.Del resto è storicamente evidente quanto la corporeità pervadesse i giorni e i luoghi di cui il testo ci narra:
“Nell’anno 1648, il malvagio atamano ucraino Bogdan Chmelinicki e i suoi seguaci assediarono la città di Zamosc, ma non riuscirono a espugnarla perché era saldamente fortificata: i contadini haidamak ribelli proseguirono, portando distruzioni e stragi a Tomaszow, Bilgoray, Krasnik, Turbin, Frampol… Ovunque massacrarono, scorticarono vivi gli uomini, assassinarono i bimbetti, violentarono le donne e in seguito ne squartarono il ventre per cucirvi dentro i gatti.”
E proseguendo:
“Ma è una legge del mondo che, con il tempo, tutto torni a essere com’era stato. Botteghe rimaste chiuse a lungo dietro imposte marcite riaprirono ad una ad una; le ossa dei morti furono portate al cimitero abbandonato e seppellite in una fossa comune; gli assiti delle bancarelle coperte vennero timorosamente abbassati; apprendisti ripararono i tetti danneggiati, ricostruirono i comignoli, verniciarono muri spruzzati di sangue e midollo… Reb Ekeazar Babad tornò a Goray con una sola figlia. La figlia maggiore, quella maritata, era stata dapprima violentata dai cosacchi e poi impalata su una lancia…”
Vorrei però fosse chiara una cosa: quello che qui si espone come pre-contemporaneo è la centralità quasi animale del corpo, dei suoi fluidi, dei suoi umori, non la ferocia esercitata su di esso.
Quest’ultima ci appartiene ancora oggi interamente: “Il presidente comunista Najibullah s’era rifugiato presso il palazzo dell’ONU di Kabul… e fu giustiziato dai talebani appena misero piede nella capitale - settembre ’96. Una fine orribile. Lo evirarono insieme al fratello prima di impiccarlo a un lampione.” (Ettore Mo, Corriere della Sera 24/05/2003)
Vediamola in altro contesto questa corporeità: “La sera avanti, Rechele era stata condotta per la prima volta al bagno rituale. Come sempre accadeva in occasione della prima visita di una vergine, quelli della banda musicale la seguirono suonando un brioso motivo di danza. L’accompagnarono inoltre numerose donne, formandole attorno una cerchia, in modo che non dovesse essere contaminata incontrando un cane o un porco durante il cammino. Volgari ragazzacci di strada le gridavano parole lascive e oscenità. Nel bagno rituale, Yite, l’inserviente, monopolizzò Rechele, la spogliò e le palpò i seni per stabilire se potesse essere sterile… scrutò tutti i punti segreti del corpo della fanciulla, in cerca di un eventuale ascesso o di una callosità della pelle. Donne con la testa rapata, o con i capelli malamente tagliati, veterane del bagno rituale, gironzolavano disinvolte qua e là, del tutto a loro agio; erano completamente nude, con i seni che penzolavano come pezzi di pasta per il pane, con fianchi gagliardi e ventri flosci a furia di restare incinte e di partorire.”
Ma non si pensi, neppure lontanamente, a causa di queste citazioni, a un testo di cui sia lievito esclusivo la propensione per il grottesco. La prosa di Singer è in grado di seguire il pennello di Bruguel anche nell’incantevole atmosfera sospesa del villaggio sotto la neve.
“Si era in pieno inverno, nelle prime ore di una sera di gennaio: per tutto il giorno il vento aveva imperversato, spostando cumuli di neve e ammonticchiandoli contro le case - blu, vitreo, colmando l’aria di polvere bianca come in un campo. Cornacchie si aggiravano qua e là sulle loro corte zampe, beccavano un gatto congelato, gracchiavano con i loro becchi curvi e volavano via basse nell’aria per esercitare le ali. Pochi vetri di finestre rimanevano intatti entro i riquadri e su di essi si formavano complicati ricami di ghiaccio, simili ad alberi che sembravano essere stati capovolti dalla tempesta, con i tronchi spezzati. I tetti pendevano bassi, incurvandosi verso il suolo, e una colonna di fumo bianco-latte saliva a spirale da ogni comignolo, come per trapanare il cielo. Le stelle di Dio tremolavano più luminose e più grandi del solito, scintillando verdi e azzurre nell’atmosfera. Circondata da tre aloni perlacei che riflettevano tutti i colori dell’arcobaleno, una luna gialla, simile a un occhio, contemplava dall’alto gli ebrei che si affrettavano per le preghiere pomeridiane.”
E chi voglia scorrere queste righe evocando Chagall, anziché Bruguel, si accomodi pure, poiché il Medioevo di queste terre non si conforma alla cronologia dei paesi latini e travalica anche quella germanica. Il seicento nella Galizia polacca è assai più gotico del nostro trecento.
Sarà bene non dimenticare che soltanto nel XXI secolo prima il Granduca lituano Ladislao Jagellone, signore di selvagge tribù pagane, si convertiva al cristianesimo per salire al trono di Varsavia.
Mille anni dopo la cultura gaelica, ottocento anni dopo quella normanna, i popoli baltico-slavi si aprivano a un processo di contaminazione ancora vivo e operante al tramonto dell’ottocento.
E – infine - per i continenti perduti non v’è cronologia, se non quella interna.
Non dobbiamo dimenticare che le storie che Singer ci narra si svolgono nel tempo fuori del tempo di una civiltà scomparsa. L’universo yiddish è una sorta di Atlantide della diaspora di cui qualche frammento residua oggi in Israele e a New York, ma la cui vivida quotidianità torna a esplodere nei suoi colori e profumi, in tutte le sfumature dal tragico al comico, solo quando apriamo un libro di questo scrittore, ostinato come uno dei suoi spettri nel praticare una lingua votata all’estinzione. Ciò rende ancor più interessante, soprattutto per il lettore che sia al primo contatto con una qualunque delle sue opere, l’approccio orientato dal piacere della conoscenza e formazione storica.
Sì… ci sono molti modi per leggere Singer.
Lasciamoci guidare da Jacob Sloan, il traduttore dallo yiddish all’inglese del romanzo (la cui prima scrittura risale al 1955, ma che fu completamente rivisto nel 1983 e che in Italia è apparso nel 2002 edito da Longanesi).
“SATANA A GORAY" è un episodio di isterismo religioso in Polonia nella metà del XVII secolo. Goray è una piccola cittadina, o shetl, situata nella provincia dominata dalla città di Lublino, e abitata quasi esclusivamente da ebrei che vivono commerciando gli uni con gli altri e con i contadini dei villaggi e delle fattorie circostanti, sotto la protezione benevola ma infida del signore feudale di Goray. L’azione si svolge nel corso dell’anno 1665-1666, quando le aspettative di avvento del Messia da parte degli ebrei sono al culmine.” E’ questo infatti l’anno che i cabbalisti, mediante calcoli numerologici basati su esoterici testi biblici, hanno indicato come l’atteso “termine dei giorni”. I tempi sembrano inoltre straordinariamente propizi per la redenzione dei dispersi figli di Israele dalle sofferenze del loro esilio (come ebbe poi a ripetersi ancora ai tempi napoleonici).
“Sedici anni prima, l’atamano cosacco Bogdan Chmelinicki aveva guidato un esercito di truppe haidamak nell’insurrezione contro i proprietari terrieri polacchi; durante la marcia, quegli uomini si erano avventati contro un altro bersaglio della loro ira, la comunità ebraica…In seguito è stato possibile calcolare che centomila ebrei sono periti negli anni tra il 1648 e il 1658. Le rivolte contadine di questo decennio, e le rappresaglie sanguinose volute dai magnati polacchi, sembrano, agli ebrei del 1665, far presagire la battaglia ultima di Armageddon, al termine della quale (con l’esausta sconfitta di entrambe le schiere) la tradizione vuole che debba apparire il vero Messia.
E, invero, in questo momento fatale si profila a oriente un pretendente messianico: ”Sabbatai Zevi, un ebreo orientale la cui personalità magnetica gli ottiene i servigi indispensabili di un apostolo, Nathan di Gaza. “Nathan rende note le asserzioni di Sabbatai Zevi e lancia costui, precedentemente incerto del proprio destino, al centro del palcoscenico messianico. Sabbatai Zevi si assicura rapidamente la fede appassionata di vaste masse delle comunità ebraiche in Europa e nel Vicino Oriente. Tutti si preparano senza riserve a seguire il loro Messia, abbandonando le dimore dell’esilio per l’utopia della Terra d’Israele.” Ma Sabbatai Zevi dimostra di essere un falso Messia. Posto dal Sultano di fronte alla scelta fra la morte e il potere secolare a Istanbul, decide senza alcuna esitazione di non ambire all’immortalità del martirio. “Sabbatai viene convertito. Divenuto musulmano, prende con sé un numeroso gruppo di suoi seguaci e lascia gli ebrei alla mercé di discordie senza precedenti.”
Infatti sebbene egli, come uomo, sia venuto meno al suo popolo, il movimento sorto attorno alla sua persona non vuole scomparire. “Egli è stato il punto focale di importanti tendenze radicali, che mirano alla liberazione dai limiti della legge ebraica, nonché dai ceppi della società feudale…”
Tuttavia “la vicenda di SATANA A GORAY non si limita a essere un resoconto delle conseguenze dell’eresia sabbatica in una remota cittadina ebrea della Polonia. Quel che più conta è la vivida e minuziosa descrizione degli sconvolgimenti che lacerano gli esseri umani allorché il tessuto di una società stabile viene fatto a brandelli da un impulso rivoluzionario verso l’Impossibile.
Senza dubbio, noi che nei nostri tempi abbiamo del pari veduto, per citare le parole memorabili di Yeats, ‘il centro disintegrarsi’, non possiamo non essere colpiti dalla pertinenza di SATANA A GORAY nei confronti di noi stessi e della nostra situazione attuale. Vediamo infatti in quest’opera le radici arcaiche dei tentativi di una trasfigurazione personale mediante l’attivismo politico isterico che ha travolto il novecento.
Al pari dei semplici cittadini di Goray, anche noi abbiamo seguito sia visionari sia demagoghi con l’intento di oltrepassare i limiti delle possibilità umane. A nostra volta abbiamo tentato di forzare il fine ricorrendo a mezzi più drastici… e, come la popolazione di Goray, anche noi abbiamo constatato che il fine non può esser forzato, che fini e mezzi sono inseparabili, e non esistono soluzioni semplici ed esaustive delle tragiche complicazioni causate dall’essere creature umane fallibili.
Il tema di SATANA A GORAY è la tragedia della nostra civiltà.
Ma fa bene Sloan a insistere sul fatto che il tema non è connesso al piacere della lettura. Ci sono temi nobili che si dipanano in romanzi tristi come un’aula di liceo o, al contrario, in racconti entusiasmanti come un paesaggio incontrato la prima volta.
La forza di SATANA A GORAY non è nel tema e neppure nella ricchezza degli approcci possibili al testo, ricchezza che ho cercato di illustrare rubando un po’ più spazio del solito sul nostro sito. La forza di SATANA A GORAY è, come sempre per un’opera letteraria, nei personaggi che l’abitano e negli strumenti stilistici dell’autore che li chiama ad agire per noi. Per incontrarla quella forza siamo tenuti a rivolgerci direttamente alle sue pagine. E’ lì che dobbiamo attingere.
Con un’ultima avvertenza: quando leggiamo Singer dobbiamo ricordare sempre che del suo stile originario ci raggiunge solo un’eco filtrata dalla doppia traduzione.
Non esistono in Italia versioni dei suoi testi che muovano direttamente dalla scrittura originaria in yiddish: il linguaggio ebraico-tedesco parlato da secoli dagli ebrei nell’Europa centrale ed orientale, irradiatosi successivamente in America e il cui tramonto segna la fine della cultura della diaspora in quella parte del nostro continente.
Ciò che incontriamo è sempre una traduzione italiana di una traduzione inglese dallo yiddish. Come dire che non sapremo mai quanto è andato perduto.
Vi assicuro però che quel che resta basta a soddisfare la nostra sete di storie e a riempirci il cuore.