Per anni non sono riuscito a capire, e perciò stesso ad amare, Mahler.
Non capivo quella musica “grassa” di note e di temi; non capivo e non amavo le ossessioni cupe di sinfonie che, sempre e senza remissioni, mi apparivano interminabili e dunque angosciate ed angoscianti non il suonare insieme (sun-phone) ma un uomo solo e le sue paure. Poi un giorno mentre stavo leggendo Hugo Von Hofmannsthal, l'ignoto che appare ed in particolare la “Lettera di Lord Chandos” e leggendo ascoltavo la prima e, poi, la quinta di Mahler, allora d'improvviso ho capito ed ho amato.
Dopo l'attacco delle trombe del primo movimento della quinta, inizia una straniata sequenza di dissonanze di note che graffiano, una corsa tra i rovi, un torrente ribollente che non lenisce le ferite ma travolge.
Così ho capito che Mahler mi conduceva, musicalmente, dalla “parola perfetta” alla “parola impossibile” e così mi sono collocato dove penso che Mahler stesse, cioè, nel pieno di quella che Nietzsche chiamò la “décadence”, di cui il viennese mi appare essere un cantore straziato e credibile. Un gigante che guarda all'opulento ottocento musicale ma è già con il cuore, i sensi e le paure nel ventesimo secolo.
E allora ho percepito in quelle sinfonie il sapore dolciastro delle viole calpestate e marcite, i silenzi inquietanti, le vulcaniche esplosioni della sua musica (un annuncio della prima guerra mondiale?) seguita dall'immobilità impotente delle note e dei temi, le marce funebri che sono un attacco al cuore di chi ha il torto di vivere.
E' così che si è compiuto il destino del sinfonismo Tedesco dell'ottocento.
Questa percezione, una pura magia, mi ha fatto allora e mi fa sempre oggi inchinare davanti all'ignoto che appare, per seguire ogni traccia delle metafore in quella musica: la metafora della ribellione e dello sfacelo e quella delle radici e dell'incubo un pensiero che dà le vertigini e al tempo consola.
In questo modo ho amato Mahler che attraverso armonie e dissonanze purifica il sordo mareggiare che è in noi.