In una manciata di anni, tra il 1508 ed il 1516, nascono in Europa alcuni libri, composti di poche pagine, ma destinati a far discutere nei secoli fino ai giorni nostri. Sono L'elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, Il principe di Niccolò Machiavelli e L'utopia di Tommaso Moro.
Diversissimi tra loro, eppure simili per molti aspetti, come diversi, ma culturalmente legati fra loro, sono l'Umanesimo italiano da quello del Nord. Tutti e tre i piccoli volumi sono scritti in quell'unico periodo della Storia moderna che consente all'uomo di esprimere con assoluta libertà le proprie idee alla ricerca di un progetto di miglioramento del mondo, in quel lungo periodo di crisi che è stato l'Umanesimo. Bisognerà arrivare alle contemporanee democrazie per recuperare libertà di pensiero e di parola, attenti però a non usare per quei tempi lontani categorie che sono proprie della nostra epoca: si rischierebbe di travisarli attraverso un'ottica completamente diversa. E' davvero difficile calarsi in quegli anni, dopo quasi quattro secoli: anni in cui non c'è sentore del dramma profondo che, di lì a poco, avrebbe frantumato la cattolicità. Del 1521 è la scomunica di Lutero, del 1527 il sacco di Roma, vissuto, appena qualche tempo prima, come una irrealizzabile minaccia.
Ora, quando si pensa agli scritti di Machiavelli, Erasmo e Moro, spesso si fa un'analisi scissa dal contesto storico in cui sono nati e addirittura dalla vita dei loro autori, attribuendo loro valenze e, addiritura, conoscenze che essi non potevano avere. E' il famoso "senno di poi" che inquina azioni e pensieri di uomini che, in età completamente diverse dalla nostra, hanno agito secondo parametri solamente loro. Già: la relatività della storia. E' così difficile ammetterla, perché costringe a pensare. Eppure, in storia tutto è relativo: lo stesso concetto di "bellezza" che ispira le opere d'arte è ben diverso di tempo in tempo; basta guardarsi intorno. Solo restituendo al loro tempo azioni ed opere potremo cominciare a capire quale sia l'autentico messaggio che esse hanno voluto lasciare. Ben nota è la trama de L'utopia. Contro le gravi colpe del suo tempo (denunciate nel primo libro), Tommaso Moro crea uno stato immaginario nella fantastica isola di Utopia (nel secondo libro).
Il regime sociale ed economico si fonda sulla obbligatorietà del lavoro e sulla giornata lavorativa di sei ore, perché rimanga all'operaio il tempo di coltivare la mente. Gli intellettuali sono considerati improduttivi ed il loro numero è limitato. Viene soppressa la proprietà privata e abolito il denaro: la vita economica è basata sullo scambio di merci depositate in grandi magazzini pubblici; la famiglia di tipo patriarcale è allargata; la religione, basata su principi naturalistici, si fonda sulla tolleranza. Sembrerebbe, a leggere solo il secondo libro, il sogno di una persona lontana dalla realtà, di un "filosofante", come dicevano gli umanisti con disprezzo nei confronti di chi volesse fare contrabbando di vera filosofia.
L'utopia, invece, è scritta da Tommaso Moro rubando ore al sonno perché, come egli dice, "per le mie faccende il tempo mi era ridotto a men che nulla. Continuamente in tribunale, ora a trattar cause, ora ad assistervi, ora a comporre liti da concicliatore, ora, come giudice a pronunciar sentenze". E, poi, le visite di cortesia o di affari e, ancora, la famiglia "a meno che in casa non voglia trovarti come un forestiero di passaggio". Un uomo, dunque, impegnato nelle mille incombenze che gli fanno "scappar via i mesi, i giorni, gli anni": a contatto con la litigiosità delle persone, coi problemi della casa e dei figli, con il suo sovrano e la sua corte corrotta, passato attraverso le più diverse situazioni conquistando fama di uomo integerrimo, la cui onestà nel gestire la cosa pubblica resta proverbiale e uomo coerente al cattolicesimo fino alla morte.
Non un sognatore, dunque, ma un uomo impegnato, come quasi tutti i grandi del suo tempo, nella politica, perché nell' Umanesimo è straordinaria la coincidenza tra cultura e politica, accompagnata dalla netta coscienza che "causa di ogni male è l'ignoranza". Ma cos'è questa cultura? Non qualcosa che rende l'uomo più uomo, ma un attributo proprio dell'essere umano: "Come Dio ha fatto gli uccelli atti a volare ed i pesci atti a nuotare, così ha fatto l'uomo atto ad imparare".
L'idea della perfettibilità umana è il grande tema che accomuna umanesimo italiano ed umanesimo del Nord, perché accostarsi alle "divinae litterae", senza conoscere le "humanae", è "sacrilegio" come dice Erasmo, riprendendo un tema caro agli umanisti italiani e pregnante dell'Età, dimostrato anche dal fatto che la stessa cosa pensasse un uomo come Gerolamo Savonarola. Perfettibilità che tende ad un mondo perfetto, irraggiungibile, forse, ma proponibile come meta individuale e collettiva verso cui camminare. Le tante città ideali dipinte dai grandi artisti italiani sono città abitate. Basta guardarle con attenzione: porte e finestre aperte, fiori sui davanzali, piccioni sulle cornici dei palazzi. Una città ideale che attende l'uomo ideale, di difficile ma non di impossibile realizzazione. La cultura è al centro di questo sogno: non a caso, come si è detto, gli abitanti di Utopia hanno orari di lavoro ridotti per potersi istruire. Non importa quale lavoro esercitino: nel Rinascimento non esiste coincidenza tra lavoro e cultura, qualunque lavoro è degno purché chi lo fa lo faccia bene (idea, tra l'altro, che ispirerà l'azione di Calvino nella sua "società dei perfetti"), e la cultura è utile a tutti per vivere meglio e comprendere quali siano i reali valori della vita.
Utopia come sogno e fuga dal quotidiano? Anche (è ben difficile leggere queste pagine con una sola chiave interpretativa); ma pure i sogni sono datati e propri di chi li compie, specie se fatti ad occhi aperti. E il "sogno" di Tommaso Moro è davvero rivoluzionario perchè capovolge i termini del discorso del potere, ben presente ne Il principe di Machiavelli o nella quasi coeva Institutio Principis Christiani di Erasmo: non più il principe che crea "sudditi", non più il potere discendente medioevale, ma quello ascen-dente del popolo che crea i cittadini. Utopo è un "primo fra pari", a garanzia di leggi semplici e comprensibili da tutti. Non può essere letta in Tommaso Moro quella coscienza politica che nascerà molto più tardi. Il sogno di un mondo migliore passa, per lui, attraverso la cultura: é bene ripetere che "causa di ogni male è l'ignoranza". Questa è affermazione radicale che vede nella cultura uno stile di vita, tale da eliminare i mali del mondo: corruzione politica e religiosa, guerre, dissennata rincorsa al potere per opprimere gli altri : "voi fate dei ladri e le leggi per punirli". La cultura è di ciascuno: nessuno può chiamarsi fuori dal gioco e dall'impegno. Ripartire da se stessi.
Moro condivide l'affermazione di Erasmo: "Io tollero questa chiesa imperfetta, finché questa chiesa tollera me, imperfetto". La tolleranza: rispetto della libertà dell'altro e pretesa che l'altro rispetti la tua libertà nel compromesso, inteso etimologicamente (cum-promittere, promettere insieme). In questo senso, va intesa in Utopia la tolleranza delle altre religioni (collegata all'irenico sogno di Nicola Cusano): e come non pensare che questo pensiero non implichi un postulato di salvezza a-posteriori per quel modo classico a cui i "moderni" tanto dovevano, anche per il corretto recupero filologico dei testi sacri? Moro sogna, dunque, ne L'Utopia la perfezione che egli sa bene non essere categoria umana, mentre vive fino in fondo la strada propria dell'uomo: quella della quotidiana perfettibilità, indicata con forza dalla Devotio moderna, soprattutto nel suo testo fondamentale, Imitatio Christi. Una strada in cui la vita attiva predomina su quella contemplativa, ma che porta Tommaso Moro a condividere nella morte, coerente fino all'eroismo ed alla santità alla sua fede cattolica, quella che il suo amico Erasmo chiama (parafrasando San Paolo) "la follia della Croce".
Marinella Bonvini Mazzanti